Da bambino mi chiamavano l'Inventore.
Me l'hanno appiccicato gli altri bambini, e non me lo sono più tolto di dosso.
Il Lego e il coltello
Romano, classe 1960, figlio di parrucchieri. A leggere ho imparato da solo, a tre anni e mezzo.
A sei anni costruivo gru con il Lego, usando i pezzi in modi che sulla scatola non c'erano. Quando un pezzo mancava me lo facevo: scaldavo un coltello sul fornello e tagliavo quelli che avevo. Mia nonna e mia madre se ne accorgevano dai coltelli anneriti, e giù sgridate. Gli altri bambini, invece, mi avevano già trovato il nome: l'Inventore.
A dodici anni riparavo le radio e gli stereo di tutto il palazzo. A tredici mi sono costruito un ricetrasmettitore da radioamatore. A quattordici montavo antenne per le prime televisioni private. Niente corsi e niente internet: libri, schemi, e un sacco di tentativi prima di quello giusto.
Ho una sensibilità che mi ha fatto soffrire parecchio. È la stessa che mi ha fatto andare avanti.
Inventare e riparare
Ci sono persone che nascono con un'attitudine: chi per l'arte, chi per lo scrivere, chi per la tecnica. Io sono nato con quella per i problemi. Di qualsiasi tipo.
Da allora faccio due cose, sempre le stesse. Invento quello che non c'è, e riparo quello che gli altri danno per perso. Sogno, ma i sogni li strutturo.
Quando mi dicono che una cosa è impossibile, mi parte la scimmia.
Le sfide sono la cosa più vicina alla mia linfa vitale. È un'adrenalina a cui la testa non sa rinunciare.
L'IBM e la Folgore
Ho fatto gli esami per entrare in IBM e li ho passati. Entrare subito però non potevo: partivo militare, paracadutista nella Folgore.
Al congedo, a novembre del 1982, l'IBM mi ha messo in una sua società satellite a sistemare i problemi di un centro elaborazione dati, e poi in SIP, ai Sistemi Informativi, come progettista software. Il mio posto era nel gruppo che si prendeva i casi su cui gli altri non trovavano una soluzione. Il primo fu una grande banca dove, dopo il calcolo degli interessi, i conti non tornavano. Com'è andata lo racconto qui.
Erano gli anni dei grandi sistemi su mainframe, quelli che se si fermano si ferma un'azienda intera. Dopo l'IBM sono venuti Arthur Young, Sysdata e Cap Gemini.
Dirigere
Dal 1988 dirigo, e non ho più smesso. In Metodo, per clienti come ENEL, Ferrovie dello Stato e Alitalia. In Systeam, dove sono passato da direttore di business unit ad assistente del presidente, e poi alla direzione del personale. Poi la direzione generale di Goallars, una società partecipata da Telecom ed Engineering che produceva contenuti sportivi per le compagnie telefoniche, e quella di Radio LatteMiele. Spesso con lo stesso mandato: risanare e rilanciare.
Dal 2007 al 2011 sono stato presidente della PCMA, l'associazione dei crisis manager professionisti. Ma non sono il solito gestore di crisi. Non sono un avvocato, non sono un commercialista, non sono un tagliateste, anzi. L'avvocato vede il lato legale, il commercialista quello economico, ma le cause di una crisi sono tante, e quando se ne vedono gli effetti legali o finanziari spesso è già tardi. Io preferisco pensarmi come uno che rilancia, non come uno che chiude l'azienda o licenzia metà del personale.
E ho una specializzazione IPSOA in selezione del personale, presa più di trent'anni fa. Tra tutti i lavori che ho fatto, la selezione e l'IBM sono quelli che ho amato di più. Come selezionatore, poi, sono un tipo un po' particolare.
Le altre vite
Di giorno il manager. La sera e nei fine settimana costruivo diffusori per studi di registrazione, i Monitor Labs, e qualche disco li ringrazia ancora in copertina. Facevo il fonico dal vivo, il direttore di palco, il tecnico audio e luci, al punto che nel 1994 sono finito nello staff dei Pink Floyd per la data romana di «Pulse». E per sette anni ho corso in enduro.
Nel MENSA sono stato nel Consiglio dei 3 Saggi. Sono stato tra i soci fondatori del Rotary Club Fiumicino, e il suo segretario. Ho presieduto PPU – Professional People in Urbe, una rete di oltre ottocento professionisti a Roma.
Lo so che tutto questo confonde chi non mi conosce. I tuttologi nella storia non hanno mai avuto successo: l'unico è stato Leonardo, e solo perché trovò un Lorenzo de' Medici che gli diede risalto. Chi spazia, la gente preferisce incasellarlo nei propri schemi piuttosto che sforzarsi di capirlo per intero. Io però, se serve, vado contro gli schemi. E questo è uno schema che contrasto con tutta la mia forza.
Com'è che sono
Romano, e con gli anni sempre più romanaccio. Informale, alla mano, la battuta sempre pronta. A prima vista sembro uno che prende la vita con troppa leggerezza.
Il cazzeggio è il filtro, e chi lo passa vede il resto. Perché quando arriva un problema vero cambio faccia: divento serio, preciso, concentrato, e chi ho davanti di solito resta spiazzato. Del cazzeggio, comunque, ho fatto una disciplina.
Quattro parole che per me non sono decorazione: parola, fedeltà, onore, rispetto.
La ristorazione
Per il Gambero Rosso sono stato ispettore della Guida: centinaia di locali visitati, a imparare cosa funziona e cosa no. Dal 2002 ho insegnato nelle loro scuole, e ho scritto per il Gambero Rosso, per Dissapore e per il Luciano Pignataro Wine Blog. Due ristoranti-pizzerie li ho aperti e gestiti io, e ho sperimentato sulla mia pelle quello che vivono i miei clienti.
Nel 2007 un pizzaiolo famoso, a cui avevo criticato una pizza, mi ha sfidato: se sei tanto bravo, falla tu. Non avevo mai fatto un impasto. L'ho fatto, e all'esordio ha vinto un Campionato del Mondo. Ma io non sono la pizza: sono il metodo con cui ho affrontato quel problema.
Adesso
Ho sessantasei anni e un grande futuro alle spalle. Oggi voglio fare il lavoro per cui servo di più: mettere la testa sui problemi degli altri. Mentoring, crisi, scelta delle persone.
E sto preparando un libro con Claude Mirrors, l'intelligenza artificiale con cui lavoro da un paio d'anni. Riprende Tuttology, un libro che avevo cominciato più di quarant'anni fa e lasciato nel cassetto. Partiva da una domanda: e se Dio fosse un programmatore?
Di me hanno detto
Nel 2001, su questo stesso indirizzo, sulle referenze scrivevo: «Per questo, io qui non metto niente. Niente di niente.» Ho cambiato idea. Un po'.
«È molto difficile definire Marco un semplice General Manager. Ha così tante conoscenze ed esperienze da trovare sempre la strada migliore per risolvere i problemi, analizzando ogni aspetto e tutte le variabili.»
«Un manager etico e affidabile, sempre disponibile quando serve. Ha una lunga esperienza e sa gestire con efficienza e creatività.»
«Marco è un ottimo manager. Uno che lavora sodo, e con il senso dell'umorismo.»
Le raccomandazioni originali, in inglese, sono sul mio profilo LinkedIn.
«Ragazzi, se siete innamorati della panificazione, o di fare una pizza eccezionale, questo è il libro che fa per voi.»
Ne hanno parlato
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Canale 10, la TV della Regione Lazio, gennaio 2022. Il servizio di Alberto Tabbì sui miei libri.
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L'Opinione delle Libertà, 2021. Maria Pia Capozza mi intervista sulla crisi della ristorazione.
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